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EUTANASIA: ATTO D'AMORE O DELITTO?
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1. Il significato della vita e della morte

La vita e la morte dell'uomo non si possono ridurre solamente al loro aspetto materiale. E questa la prima premessa di ogni discorso sull'eutanasia. Certo anche il corpo umano è soggetto al proprio ciclo biologico, come ogni altro essere vivente: viene alla luce, cresce, invecchia, muore. Tuttavia nell'uomo questi eventi non sono esclusivamente biologici, ma essenzialmente spirituali, nel senso che solo la persona umana (intelligente e libera) è in grado di assumere coscientemente e responsabilmente, senza subirle passivamente, sia la vita, sia la morte. Cosicché, propriamente parlando, solo dell'uomo si può dire che “vive” e che “muore”. Sta in ciò la sua grandezza.
Ora, finché la morte era universalmente considerata un evento naturale, di cui erano fissate ineluttabilmente l'ora e le circostanze senza poterle mutare, “morire con dignità” voleva dire rassegnarsi a ciò che la natura (e quindi Dio) aveva stabilito per ciascun mortale. In un simile contesto culturale, largamente condiviso, la condanna morale dell'eutanasia incontrava meno difficoltà: infatti, appariva chiaro che porre volutamente fine alla vita di un malato in fase terminale per non farlo soffrire, significava andare contro le leggi intangibili della natura (e contro Dio), contro la dignità stessa dell'uomo.
La questione di una possibile legittimazione dell'eutanasia cominciò invece a farsi strada, quando il progresso scientifico e tecnico giunse a fornire alla medicina strumenti in grado di contrastare il passo alla morte, riuscendo in taluni casi a ritardarla e in altri casi ad anticiparla in modo “dolce”, evitando le sofferenze e le umiliazioni dell'agonia. Nacquero così gli interrogativi nuovi che tuttora ci interpellano: fino a che punto si può e si deve resistere alla morte? È moralmente lecito “accanirsi” nel combatterla? Avendo la possibilità scientifica e tecnica di scegliere responsabilmente il momento più adatto e un modo “dolce” di morire, perché non farlo? Perché mai l'eutanasia dovrebbe essere un affronto alla natura e a Dio? Infatti, se Dio stesso ha affidato all'uomo il compito di amministrare la natura e la sua stessa vita, perché egli non può disporne liberamente in modo che la morte avvenga in circostanze meno umilianti e più conformi alla “dignità” della persona?

[…] La ragione per la quale la Chiesa condanna con tanta forza l'eutanasia attiva è riposta nel significato stesso della vita, che dà senso anche alla morte. La persona umana è un assoluto, ha in sé valore di fine, la sua vita è quindi indisponibile in tutte le fasi del suo divenire, dalla concezione alla morte; la vita non può mai avere ragione di mezzo, non se ne può mai fare un uso strumentale.
Questa concezione etica della esistenza umana non è esclusiva della visione cristiana, non è cioè di natura confessionale, ma appartiene a qualsiasi altra visione del mondo che consideri l'uomo il valore supremo e lo ponga al centro della vita sociale e del cosmo. La storia, del resto, dimostra che ogni qual volta la vita umana cessa di essere considerata il valore primo, l'uomo finisce col distruggere se stesso. La salute viene prima della vita? Allora si eliminano i malati fisici e mentali, gli handicappati, i neonati affetti da malformazioni. Il primo valore è la razza? Allora si giustificano i campi di sterminio e le pulizie etniche. Il primo valore non è la vita, ma il danaro? Allora si può uccidere per rubare o per impossessarsi di una eredità.

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