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Sulla passione di Gesù
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UN DESTINO GIÀ TRACCIATO E CONOSCIUTO?
Vorrei richiamare almeno due inadeguate concezioni teologiche, che nell’articolo di Citati appaiono operanti: il destino della morte in croce decretata dal Padre e la conoscenza da parte di Gesù del presunto piano divino. In un periodo dell’articolo sono riunite insieme queste due convinzioni, che qua e là riaffiorano anche altrove. Parlando della preghiera nel Getsemani egli scrive: «in quel momento, mentre si muove tra i vecchi ulivi o tocca il suolo col volto, Gesù conosce fino all’ultima goccia, il compito che Dio (anzi il Padre) gli ha imposto e che egli stesso si è imposto, sopportando l’incarnazione. Non ignora nemmeno un’ombra del suo futuro. Sa che fra poco, proprio lì a Gerusalemme, egli sarà condannato dai sacerdoti e dagli scribi del suo popolo; e che gli indifferenti soldati romani lo derideranno, gli sputeranno, lo flagelleranno, lo crocifiggeranno» (p. 44, c. 1).

Questo modo di pensare a Gesù è ancora molto diffuso e corrisponde ad alcuni modelli teologici radicati nella tradizione popolare, perché in vigore da secoli. Ma è inesatto e infondato. Deriva, infatti, da un’interpretazione fatalista della storia e dalla convinzione che Gesù possedesse una particolare scienza infusa o godesse della visione beatifica fin dall’inizio della sua vita. Ora questo modo di descrivere l’esistenza di Gesù non ha alcun fondamento nella Scrittura e nella dottrina dogmatica. Sappiamo che Gesù «cresceva in sapienza età e grazia» (Lc 2,53), che cambiava progetti, che pregava per capire la volontà del Padre e per decidere con fedeltà. D’altra parte la stessa dottrina della chiesa da tempo insegna (Calcedonia, IV Concilio ecumenico anno 451) che il rapporto tra il Verbo eterno e la natura umana si realizza senza mutazione e senza confusione, nel senso che il Verbo eterno resta Dio e la realtà umana si sviluppa in modo interamente ed esclusivamente umano.

Se il progetto di Dio avesse realmente previsto come necessaria la morte in croce, e se Gesù avesse avuto perfetta conoscenza, tutta la sua esistenza si sarebbe snodata come in una scena teatrale, in cui l’attore si cala così nella parte da farla apparire autentica. L’avventura di Gesù avrebbe perso quella caratteristica
di libertà, di casualità e di incertezza, che invece appare dai Vangeli. Sul Calvario non è stato recitato un copione già scritto e imparato a memoria, ma si è perpetrato un crimine nefasto, contrario al volere di Dio e opposto al suo piano di salvezza.

 

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