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Uno di noi
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La vicenda di Gesù di Nazaret è la storia di un uomo appartenente al popolo ebreo il quale è vissuto in un luogo e in un momento storico ben determinati: la Palestina romana al tempo dei regni di Cesare Augusto e di Tiberio.
Dopo una infanzia e una giovinezza di cui si hanno poche notizie, si presenta in pubblico all’età di circa trent’anni e inizia a parlare di Dio alla gente.
Lo fa con tanta passione, fermamente convinto delle cose che va dicendo; agli occhi dei suoi ascoltatori appare anzitutto come un credente dalla fede eccezionale.
Lui dice di essere venuto a portare a tutti una lieta notizia (vangelo significa, appunto, lieta notizia), la più importante in assoluto: Dio non ha abbandonato gli uomini a un destino arbitrario e crudele, alla tirannia del male sotto tutte le sue forme, perché ciò che gli sta più a cuore è proprio la vita e l’avvenire di ogni essere umano.
Anche se anche l’uomo ha abbandonato Dio seguendo consapevolmente ciò che lo allontana da ciò che è buono, Egli è sempre pronto a perdonare e a ricostituire radicalmente il cuore umano in modo da renderlo capace di disporre di se stesso per il bene.
A quanti accolgono l’annuncio Gesù chiede non solo di aver fiducia in Dio che sta compiendo un’opera di amore per tutti gli uomini ma anche di lasciarsi coinvolgere in questa azione in modo così profondo da produrre in se stessi una cambiamento di vita.
E fin qui la proposta possiede sicuramente un forte attrattiva.

La questione comincia a complicarsi per il fatto che Gesù pretende di parlare e agire a nome di Dio stesso. Infatti, quale ebreo avrebbe osato interpretare la legge di Mosè non rifacendosi ad alcuna tradizione ma solo a se stesso come invece fa Gesù? Quale essere umano avrebbe potuto concepire l’idea di poter perdonare i peccati, cosa riservata solo a Dio? Gesù, al contrario, già fin dagli inizi della sua predicazione, si permette di dire: ti sono perdonati i tuoi peccati. Inoltre, nessuno in Israele aveva mai osato manifestare un rapporto così intimo e confidenziale con Dio come Gesù. Lo chiama familiarmente: abbà (papà) e rivendica di essere suo figlio in modo singolare, non come lo sono i discepoli. Dio è per Gesù il «Padre mio», distinto dal Padre di tutti: il «Padre vostro».
Tutte queste pretese non potevano non creare conflitti e scandalizzare soprattutto coloro che conoscevano meglio la religione (gli Scribi) o si erano impegnati a praticarla con zelo (i Farisei). Ma Gesù, totalmente convinto della bontà della sua causa — la causa di Dio che si svela come Amore — non modifica in nulla né la sua parola né la sua condotta, assumendosi ogni rischio. L’esito è noto: l’arresto, la condanna, la crocifissione e la morte. Una morte prevista e accolta per amore.

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