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L'utopia entra in banca
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«Uscì di nuovo lungo la riva del mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi". Egli, alzatosi, lo seguì».
(Vangelo Mc 2,13-14)


banca_eticaDa ragazzo aveva poche certezze e, crescendo, sono aumentati i dubbi. Ma di una cosa era sicuro: non sarebbe mai entrato in banca. «Per me era l'archetipo del lavoro grigio e ripetitivo – spiega –. Vengo da una famiglia povera che si è un po' sollevata socialmente ed economicamente. Il pezzo di carta era importante quanto la sicurezza». Così, Diego Finelli, che sognava di fare l'insegnante, a 19 anni si iscrive a Lettere e per scaramanzia fa il concorso in banca. Non ci crede, non gli interessa e vince.
Nel 1992 finisce in una piccola filiale di un grande istituto in provincia di Torino. Entrato in banca, non esce più. La cambia soltanto, dopo quattordici anni. E il cambiamento è una rivoluzione. In fondo il padre lo ha sempre considerato un ribelle e lui non credeva di esserlo. Invece Diego si è ribellato e ha cambiato vita lavorativa. E ora cerca di cambiare le cose. A poco a poco. Con giudizio. A colpi di fatti e di parole, che quando le usi bene hanno la forza delle azioni. Il tutto, sempre, da dietro lo sportello di una banca. Un'altra banca. La Banca Etica.

«Sono viceresponsabile della filiale torinese – dice – Non siamo un istituto di beneficenza, ma una banca vera e propria, nata nel 1999 dal mondo non profit, dalla cooperazione sociale, dal volontariato, da soggetti come il Gruppo Abele, l'Arci, le Acli, Emmaus. Abbiamo 13 filiali in Italia, 200 dipendenti, 33.000 soci, 640 milioni di euro raccolti e 580 milioni impegnati. La filiale a Torino è stata aperta nell'aprile del 2006, io sono arrivato a luglio, licenziandomi da dove lavoravo». […] Riflette Finelli: «Non per dare la colpa al sistema, ma è il meccanismo che costringe ogni anno a crescere più del precedente. La crisi ha un poco incrinato questo metodo, ma solo in teoria. Il modello economico non è stato ripensato, rimane quello della crescita per la crescita, innesca politiche miopi e corse al massacro». La gran fortuna di Diego è stata poter lavorare per l'unica banca che non mette in contraddizione il suo mestiere e i suoi ideali.
«Qui non ti senti una mosca bianca – chiosa –. Si tiene conto non solo degli effetti economici, ma di tutte le ricadute che l'impiego del denaro comporta sull'ambiente, sulla società, sulla cultura». Se chiedi un'opinione sulla tassazione per le banche, sorride: «Sono d'accordo. Le banche non hanno problemi di reddito, di solito. È anche giusto tassare le transazioni finanziarie dello 0,05 per cento». Non è il solo a pensarlo. C'è una campagna internazionale che lo sostiene, promossa in Italia proprio da Banca Etica. Vedi il caso: se incontri persone come Finelli e banche come BPE, viene più difficile dire che banche e bancari non hanno un'anima. Un po' più difficile.

(tratto da La Repubblica 06/07/2010)







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