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«Il nostro Paese non si lasci andare»
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r.vecchioni

INTERVISTA di Alessandra Vitali a ROBERTO VECCHIONI

Vecchioni, lei ha l'unica canzone "politica", in tutto il Festival. E nel tempio della musica leggera è stata accolta da grandi applausi. Questo non la sorprende un po'?
«Devi sapere dove vai. A Sanremo non si va a muso duro, si va insinuando una realtà invisibile agli occhi di tutti, senza prendere una parte o l'altra perché la realtà si commenta da sola. Quando si vedono i bambini sui barconi, i nostri soldati morire per una guerra assurda come tutte le guerre, gli studenti che si ribellano alla mancanza di cultura, non c'è bisogno di aggiungere 'hanno ragione'. Questo è il tema centrale del brano. La dimenticanza assoluta di cultura in Italia. Colpa di uno Stato che si è lasciato andare e di un governo che vede le cose in un altro modo. È una canzone d'amore per l'umanesimo. E l'ho portata al Festival centellinando, perché bisogna aver rispetto per chi ascolta, per il luogo in cui vai. Diceva Manzoni, che poi per altre cose è antipaticissmo ma per questa aveva ragione: in taverna coi bricconi, e coi santi in chiesa». 



Un testo in cui si lamenta l'assenza di cultura, in un luogo spesso assimilato alla non-cultura della tv, del gossip, delle vallette, del circo mediatico. Un bel contrasto.

«Un contrasto che mi piace. D'altronde, è inutile dire queste cose a chi legge i giornali. Bisogna dirle a chi non è abituato alle idee, per mettere un tarlo nell'orecchio, far capire che non possiamo continuare a vivere nel nostro orticello, pensare solo alle tasse, agli immigrati da cacciar via, al dialetto che deve diventare lingua».



Parlava di un governo che latita rispetto ai problemi del Paese. E uno dei problemi è quello dei giovani, della scuola, dell'occupazione. Secondo lei, che oltre ad avere alle spalle 45 anni di canzone d'autore è anche un prof, qual è il sentimento dei ragazzi in questa fase della nostra storia?
«Il problema è grosso. Non tutti i giovani sono uguali, non tutte le istanze sono le stesse. Ci sono gravi latitanze del governo ma sarebbe uno stereotipo se parlassi male della Gelmini. Riassestare la scuola italiana è difficilissimo. Bisogna prima capire chi siamo, che cos'hanno veramente in comune Sicilia e Trentino, cosa c'è da fare in una regione più che in un'altra, dare delle chances in loco. È ridicolo parlare di Unità d'Italia quando dal Sud continuano ad andare a cercare lavoro al Nord. O aiutare il Sud con il denaro. Bisogna avere coraggio, il coraggio di chi è più forte o fortunato nella vita, penso ai lombardi, agli emiliani, rischiare e magari perdere. E scommettere sui giovani. Come fanno tutte le regioni europee, che investono sui giovani ma non pensano di ricevere indietro l'anno dopo. Aspettano. Meglio avere un debito pubblico creato da investimenti di questo tipo che da sperequazioni, ladrocini, mafiette e mafiotte che ci portiamo appresso».



Lei i Girotondi se li ricorda bene. Di fatto, se l'è inventati sua moglie Daria Colombo. Crede che ci siano in Italia segnali di rinascita di un movimento di quel tipo, di opposizione senza simboli?

«La società civile è importantissima, il problema rispetto a sette, otto anni fa è che adesso ognuno ha grandi problemi suoi, quindi si pensa a risolvere i guai propri e del proprio entourage. La grande sollevazione era più facile all'inizio della crisi. Ora siamo nel mezzo, la prima cosa è uscire dall'acqua e respirare e per respirare non riusciamo a trascinarci tutti sopra, salviamo il salvabile. Ci sarà ancora una grande onda, ma ci vorrà del tempo. Però, bei risultati li abbiamo già visti, dagli studenti alle donne. Il Popolo Viola, anche, ha avuto delle idee, e Grillo con i Cinque Stelle protesta un po' su tutto. La protesta è sempre benvenuta, quella tosta e quella nonviolenta. Ma ci vorrà un po' perché si allarghi a macchia d'olio la consistenza di un'idea comune».

Nel frattempo, come canta lei, meglio parlare d'amore?
«Ci sono tante ragioni, brutte, che nella vita ci fanno perdere continuamente la speranza. Ma proprio per questo bisogna continuare a parlare d'amore. Non 'amare', che è scontato. Ma parlare d'amore, come fosse un rituale, una piccola magia che quando parli avviene. Ci tira fuori dalla tristezza. E ci fa venire delle idee. Si dice che quando sorride Dio, un uomo ha un'idea. Ecco, questa è una delle poche prove dell'esistenza di Dio. Quando un uomo crea idee, significa che in sé ha qualcosa di divino».

La Repubblica, 16 febbraio 2011







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