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La bella storia di un senzatetto a Torino
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«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?». (Vangelo Mt 6,25)


barbone_200QUEL RAGAZZO DEI PORTICI
A TORINO LA BELLA STORIA DI UN SENZATETTO VOLONTEROSO, «ADOTTATO» DAI NEGOZIANTI


A Torino un ragazzo sconfitto dalla vita ritrova l'affetto e la fiducia necessari per ricominciare a vivere. Ha vagabondato, è vero, ma inseguendo un sogno banale: un posto di lavoro e due soldi di serenità. Li ha persi entrambi, più volte, e ha finito per perdere se stesso, ritrovandosi dopo tanto gironzolare sotto i portici a tendere una mano e sperare nel buon cuore. Un giorno. Una settimana. Un mese...

I morsi del gelo respinti solo da un cappottone e dai cartoni usati, di notte, per costruire una casetta che sembra quella dei giochi dei bambini. Invece è casa sua, l'unica che può permettersi: per fortuna, i portici proteggono da pioggia e neve. Il ragazzo non disturba, non insudicia. Anzi, pulisce: raccatta cartacce e mozziconi abbandonati dalla marea frettolosa e maleducata. Lo nota un negoziante, poi un altro, un altro ancora. Tutti hanno imparato a volergli bene e nessuno si sottrae al momento di «assumerlo». L'idea è semplice: una decina di euro a testa ogni mese per destinare una piccola somma al ragazzo, in cambio della pulizia davanti alle vetrine. Lui è raggiante, per il guadagno, ma soprattutto per la stima, per la soddisfazione di risentirsi utile. Così si alza presto dal cantuccio, ancora più presto di prima, afferra la sua ramazza e comincia a strigliare le mattonelle attorno: quando i suoi benefattori, o «datori di lavoro», a esagerare, alzano le saracinesche, i marciapiedi sono puliti e le fioriere allineate. Non è tutto: zelo e puntualità valgono altre commissioni. Piccole incombenze: una busta da spedire, un pacco da consegnare, una macchina da tenere d'occhio perché non dia fastidio in doppia fila. Piccole incombenze e altre piccole paghette, il primo passo del reinserimento nella società che l'aveva espulso, il primo passo per un'autonomia minima: la certezza di un panino, d'una bottiglietta d'acqua, senza dover aspettare, con il batticuore, il tintinnìo di una moneta.

È il primo passo per colorare una realtà grigia e aggrapparsi a un sogno arcobaleno: quello di avere,un giorno,una casetta propria, un tetto che non sia la volta dei portici pure tanto amati. Forse è troppo, almeno per adesso. Forse troppo corre il ragazzo. La solidarietà d'una strada, l'amicizia di un manipolo di commercianti e di clienti, la generosità di un microcosmo cittadino, non bastano per accendere un mutuo. Però bastano per accendere il sogno, anzi riaccenderlo dopo i giorni del buio. Il ragazzo potrà farcela oppure no, potrà invecchiare sotto i portici o possedere un giorno una chiave e usarla per lasciarsi alle spalle rumore e gelo, per sentire un calore, reale e metaforico, tutto suo: adesso non conta come finirà, conta che ci provi, che abbia un obiettivo, che coltivi una speranza, che scovi un motivo. Conta che abbia di nuovo una ragione, conta che abbia di nuovo fiducia.







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