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Una strada per palco
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«Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!». (Vangelo Lc 7,32)



gobetti_01L’ATTORE SENZA TEATRO
La storia di Marco Gobetti che scelse la strada come palco. «La prima volta a Cecina nessuno si fermava: capii che dovevo interagire con il pubblico». Ha fatto mille lavori e dalla fabbrica ha tratto ispirazione per molte delle sue interpretazioni
Il teatro non può fare a meno degli attori: dal loro agire sul palcoscenico nasce la rappresentazione di una storia e il rapporto con il pubblico. Gli attori invece possono fare a meno del teatro. Ogni luogo può diventarlo, anche la strada. È la sfida di Marco Gobetti, attore. Lo chiamerei teatrante, proprio perché, facendo a meno delle strutture che garantiscono il rapporto tradizionale con gli spettatori, richiama a sé tutta l’essenza del “fare teatro”, senza bisogno di null’altro che la parola e il gesto.
Gobetti è il fondatore del Teatro Stabile di Strada, «un modo per contaminare il sistema teatrale, aggirando i meccanismi che limitano l’attività dell’attore e la partecipazione del pubblico». Rappresentazioni che scendono dai palcoscenici e si fanno itineranti. L’attore del Teatro Stabile di Strada vive di offerte, e dell’ospitalità dei Comuni. Quando i soldi raccolti “a cappello” finiscono, si sposta. Così aggira le logiche commerciali della struttura teatrale, ne fa a meno. Utilizza l’economia del dono per realizzarsi nello spettacolo: regala storie, emozioni e pensieri e riceve ascolto, rendendosi permeabile allo scambio di energie che la vicinanza e l’estemporaneità creano inevitabilmente. Creando uno spazio teatrale immaginario, e una performance vera, risponde a un suo bisogno fondamentale: recitare.
«Per me era un’urgenza personale fortissima. Dovevo farlo, e quello era il modo più immediato. La prima volta ero sul lungomare di Cecina, d’estate. Mi misi sotto un lampione e cominciai a recitare un mio racconto che si chiamava “Amore assalì il bestiame”, titolo che è la traduzione di un verso dell’Antigone di Sofocle. Durava circa quaranta minuti. All’inizio non si fermava nessuno. Ho poi capito che bisogna abbandonare il modo di porsi tradizionale, in cui recitando escludi il mondo intorno a te; devi invece introiettare lo spazio condiviso con il pubblico, essere pronto a reagire e stare al gioco, per esempio modificando il finale di un monologo. Per questo dico che la mia formazione come attore deve molto alla strada, ha fatto crescere la mia personalità e nutrito la mia drammaturgia».
Marco Gobetti da studente scrive testi surrealisti, “intimi” li definisce. Frequenta il liceo classico ad Asti, negli anni Ottanta. Poi si iscrive a Lettere antiche. Ma smette e va a lavorare: muratore, elettricista, operaio, carrellista, programmatore… un’immersione nella fatica quotidiana del guadagnarsi da vivere. Non è una rinuncia a coltivare la “sua” cultura. «Avevo bisogno di dedicarmi allo studio in maniera libera. Lavorando, ho frequentato corsi di teatro». Il mestiere dell’attore, il mondo del lavoro, la forza creativa trovano una sintesi nell’andare in strada. Gobetti vuole fare teatro civile: rivolgersi a individui che fanno parte di un corpo sociale, di una polis. Così il suo è un teatro politico, nel senso di appartenenza alla res publica, al bene comune ma anche a un luogo pubblico. Quando entrerà a far parte della compagnia “Il barrito degli angeli” e poi formerà la sua Marco Gobetti, la strada resterà sempre determinante.
Non è solo lo scambio estemporaneo con i passanti-spettatori a far crescere le idee: l’esperienza in fabbrica entra di prepotenza nei suoi lavori. Così nasce «Cristo muore in fabbrica»: è solo un altro incidente, prodotto con il sostegno del Sistema Teatro Torino, che debutta alla Cavallerizza Reale dopo essere stato provato sotto i portici e per le vie del centro di Torino. Vi si racconta di Cristo che torna sulla terra reincarnandosi prima in un ladro e poi in un operaio il cui corpo viene estratto da una fabbrica in fiamme. Oppure il monologo «In-ec-cesso-Una bomba per cintura»: si svolge nel gabinetto di una fabbrica. Se recitato in strada, si evoca l’ambiente erigendo muri fittizi di carta igienica; se si rappresenta a teatro, il pubblico viene fatto passare nei bagni. «Una scelta forte – spiega Gobetti – che nasce proprio dalla mia esperienza: in fabbrica il cesso è l’unico luogo di vera libertà, il luogo importantissimo della pausa e della socializzazione. Il protagonista si chiude dentro un venerdì alla fine dell’orario di lavoro e minaccia di farsi saltare in aria come un kamikaze, lui e gli strumenti di produzione. La fabbrica rappresenta la società occidentale contemporanea, in cui siamo tutti vittime di un mobbing psicologico».
Altri lavori di Gobetti rimandano invece al rapporto “ancestrale” con il mondo contadino: «Sono cresciuto a Villanova d’Asti. Tutto quel periodo, con mia nonna Carolina al centro, la sua cascina, lo stagno vicino, le rane e i lavori di campagna, è entrato con dolce prepotenza in uno dei miei scritti (e spettacoli) che più amo: “Lo stagno”. Qui recito la storia di un uomo che torna dalla guerra. Insieme a me c’è Anna Delfina Arcostanzo, che per prima mi affiancò nel teatro su strada, in una piazza di San Gimignano, con un’improvvisazione da cui poi nacque questo testo. L’ambientazione e i personaggi appartengono a quel mondo».
La figura della nonna contadina «che, pur non essendosi mai mossa dal paese, leggeva i quotidiani ed era di una saggezza infinita», entra anche nella scelta recente di affrontare uno spettacolo in dialetto: «Diceva Pasolini: “Il contadino che usa il dialetto è padrone di tutto il suo mondo”. Io voglio fare evolvere questa lingua popolare e calarla nella contemporaneità. In versi. “L’Anciové sota sal” si riferisce agli antichi acciugai, ma è una vicenda contemporanea. Il protagonista sogna di stare dentro un barile, quelli con le acciughe e il sale. Poi si sveglia, e siccome è un attore dopo il sogno va per strada e recita la Costituzione; vende un articolo della Costituzione, due grissini e un’acciuga per 150 centesimi».
Marco Gobetti lavora anche negli spettacoli altrui. L’11 e il 12 febbraio sarà al Teatro Astra di Torino con “Romeo & Giulietta- Nati sotto contraria stella” di Leo Muscato. Ma il “suo” teatro resta “fuori”: «Gian Renzo Morteo diceva che l’attenzione del pubblico non è mai un presupposto, tanto meno un diritto, ma una conquista». E Gobetti, andando tra la gente, ha scelto il modo più difficile per conquistarla, ma anche il più autentico.
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