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La mia impresa nata grazie agli americani
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«ogni albero buono produce frutti buoni... un albero buono non può produrre frutti cattivi...». (Vangelo Mt 7,17-18)


baobabBrice Valentin Gbaguidi importa dal Benin farina e olio di baobab. Il macchinario per produrli, in Italia, sarebbe costato 200.000 euro. Lo ha avuto gratis da un’università americana.

Lei ha fondato una cooperativa sociale per lavorare e vendere i derivati del baobab. Come le è venuta l’idea?

«Il Benin, il mio Paese d’origine, è ricco di questi alberi e da tempo studiavo il modo di utilizzarne i frutti per migliorare le condizioni di vita di chi abita nei villaggi della savana. Quando a fine 2008 l’azienda in cui lavoravo (la Omnia, ndr) ha cominciato ad essere in crisi, mi sono messo a navigare sul web in cerca di nuove possibilità».

E cosa ha scoperto?

«Che nel giugno dello stesso anno, la Commissione Europea aveva riconosciuto la polpa disidratata del frutto del baobab (che è di fatto una farina), come ingrediente alimentare. Fino ad allora era considerata un semplice integratore».

E quindi poteva essere usato in più modi…
«Sì. Sono partito per il Benin e mi sono incontrato con alcune associazioni di donne del posto, che si occupano di progetti sociali. Con loro abbiamo creato la cooperativa e dato una formazione ai lavoratori che si occupano della raccolta e trasformazione».

E poi?

«A quel punto avevo bisogno di un macchinario per la lavorazione industriale dei frutti di baobab. Siccome però non esisteva sul mercato, mi sono messo a cercare chi lo potesse progettare e realizzare qui in Italia, dove vivo da 17 anni».

E così si è rivolto a qualcuno qui in Italia…

«A maggio 2009 ho scritto al Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura (CRA), un ente pubblico con competenza scientifica direttamente sotto la vigilanza del Ministero delle Politiche Agricole, illustrando il mio progetto e le mie necessità».

Come è andata?

«Sono entrato in contatto con un ricercatore, il dottor Andrea Maestrelli, che si è preso a cuore la faccenda in modo informale. Dopo più di un anno di prove di laboratorio, i dettagli tecnici sono stati risolti. Il problema è nato quando la ditta costruttrice mi ha presentato un preventivo di 200.000 euro. Troppi».

Cosa ha fatto?
«Mi sono rimesso a cercare e in rete ho trovato un lavoro di uno studente di ingegneria dell’Università della Pennsylvania, che valutava l’ipotesi di lavorazione industriale dei derivati del baobab. Il 30 ottobre 2010 gli ho scritto un’e-mail illustrandogli il mio progetto».

Le ha risposto?
«Due giorni dopo mi ha scritto il professore del suo corso, Richard Schumann, offrendosi di costruire il macchinario insieme ai suoi studenti, come materia d’esercitazione del semestre. Mi sono spaventato e gli ho chiesto quanto mi sarebbe costato».

E cosa le ha risposto?

«“Nessun costo. Hai offerto ai ragazzi un’opportunità unica per sperimentare le proprie competenze d’ingegneri e di conoscere una cultura diversa. Questa forma di pagamento è sufficiente e anzi ti ringraziamo”».

Quanto tempo hanno impiegato per costruire il macchinario?

«Scambiandoci informazioni via Internet, prima di Natale abbiamo definito insieme le specifiche del progetto. A gennaio ho fatto inviare loro dal Benin una cassa con 50 chili di frutti per le prove sperimentali. Ad aprile era pronto il primo prototipo. Alla fine di tutto ho speso circa tremila euro».

E poi?

«A maggio 2010, una delegazione di cinque studenti della Penn University guidati dal professor Schumann, è venuta in Benin. In meno di una settimana abbiamo installato il macchinario, inaugurando l’attività della cooperativa, che ora conta 137 lavoratori».

Nel frattempo negli USA…

«Gli studenti hanno utilizzato il progetto del macchinario per partecipare ad un concorso per i migliori piani d’avviamento d’impresa. Il loro ha vinto il primo premio (5.000 dollari) e ora sono stati contattati da varie aziende che vogliono usare la farina e l’olio di baobab come materie prime agro-alimentari e per i cosmetici».

Che proprietà ha il frutto del baobab?

«Innanzitutto è buono! In più contiene sei volte la vitamina C dell’arancia, due volte il calcio del latte, quattro volte il potere antiossidante del kiwi. Ed è ricco di fibre, potassio e ferro».

E che aspetto?

«È simile a una noce di cocco affusolata e lunga fino a 30-40 centimetri. Il guscio è legnoso, con una polpa biancastra e succosa in cui c’è una gran quantità di semi».

I prodotti della vostra cooperativa, la “Superfruitbaobab”, sono già in commercio?
«Al momento sono in vendita la farina, che si può usare per dolci e bibite, e l’olio ricavato dalla spremitura dei semi, un cosmetico dalle proprietà nutritive, anti-ossidanti e idratanti».

Quale ci suggerisce di provare?

«La farina: ottima per le torte, è anche una bevanda dissetante e ricchissima di vitamina C».

di Marco Fantini
Dal quotidiano gratuito City del 1° febbraio 2012







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