Ho letto che parecchi film in concorso a Venezia, compresi i tre premiati, hanno in comune un marcato interesse verso la spiritualità, verso i valori del sacro. E pare sia stata una sorpresa per tutti che un tema del genere abbia caratterizzato l’edizione di quest’anno.

Così in Pietà, la pellicola che ha vinto il Leone d’oro, del regista sudcoreano Kim Ki-duk, dove il protagonista, un giovane strozzino che infierisce crudelmente sui debitori per riscuotere le somme prestate, si dispone a cambiare vita quando incontra una donna che si proclama sua madre e gli domanda perdono per averlo abbandonato da piccolo.

Lo spazio ai sentimenti profondi, il bisogno di guardare in alto, di cercare valori spirituali diventa il centro di interesse del film.

E che mai tanto interesse? Mi domando. Tento non una risposta, ma una impressione che si ricava leggendo questi dati: non sarà che dopo aver esplorato tutte le manifestazioni della terrestrità dell’essere umano, sta emergendo la voglia di cercare altrove, in regioni più alte dove le aspirazioni umane sempre tendono come attratte da una misteriosa calamita alla ricerca di significati non provvisori? E dove molte volte anche si perdono, si confondono, manifestano profonde contraddizioni, ma comunque denunciano un anelito ineludibile del cuore?