L’appressarsi del Natale è ancora sempre per me gioia e mistero, il celebrarlo allestendo un presepe in un angolo della casa è un modo per rivivere nel profondo il dono di “un Bambino nato per noi” duemila anni fa.
In quella notte, due giovani sposi,forse un po’ timidi e certamente desolati perché emarginati, hanno visto Dio con i loro occhi, Maria l’ha partorito e Giuseppe l’ha contemplato stupito, senza sapere che fosse Dio…
Molti secoli dopo, nel 1223, Francesco d’Assisi nel paesello di Greccio volle ripresentare quell’avvenimento, nel desiderio di vedere, con gli occhi del corpo e non solo con quelli del cuore, quello che avvenne in quella notte speciale.Allestì un presepe essenziale: una mangiatoia che fa da altare, un bue e un asinello. In un’unica immagine volle esprimere l’incarnazione e l’eucaristia, cioè il farsi piccolo e povero di Dio per mettersi nelle mani dell’uomo.
Ripensando a tanta semplicità del Natale, avverto quanto sia semplice l’origine del cristianesimo, un fatto storico di tale apparente normalità, che non può essere che un avvenimento di grazia, un frutto di grazia. Come il Regno di Dio che nella povertà quel Bimbo è venuto ad instaurare e misteriosamente cresce, invisibile agli occhi dei potenti di questo mondo.
Ma come non pensare oggi alla città del Natale senza pensare alle persone che vivono in questa terra, senza tener conto dei più svantaggiati, di chi si trova solo, abbandonato, in difficoltà?
Ma quando “giustizia e pace si baceranno”? Quando “il lupo dimorerà insieme con l’agnello”? Quando sarà “pace sulla terra agli uomini che Dio ama”?


