Scorro le pagine del nuovo romanzo di Mariapia Veladiano, Il tempo è un dio breve, Einaudi ed., che ripropone un interrogativo sempre aperto nell’animo umano: se Dio c’è perché il male?
Lo smarrimento e lo sconforto di fronte al dolore sono riassunti in maniera toccante dalle parole del piccolo Tommaso: “Dio ha creato il mondo. Se io avessi creato il mondo, non avrei messo il male. Perché, se è buonissimo, ha messo il male?” Una domanda che resta sempre aperta e senza risposta, o meglio si apre a risposte opposte, ribellione o accettazione, rifiuto di Dio o rivelazione intima del Dio della fede. Sovente di fronte a questa domanda ci viene proposto come esempio il Libro di Giobbe, che comunque di fronte a questo mistero resta chiuso. Al contrario invece, ultimamente mi sono incontrata con una figura che una risposta l’ha trovata, in un libro sempre aperto, umanamente sconvolgente e inaccettabile come il nostro dolore: la Croce. E’ una donna, Simone Weil. L’incontro con i suoi scritti e’ stato illuminante e incoraggiante.
Simone Weil (1909-1943), ebrea agnostica filosofa sindacalista politologa infine mistica, fin dall’infanzia fu profondamente cosciente delle ingiustizie sociali e la sofferenza del mondo fu nella sua vita un’ossessione che la portò alla ricerca della verità attraverso esperienze diverse e significative. La tragedia del suo popolo divenne via per arrivare a Dio e nell’incontro con la passione di Gesù e nella contemplazione della Croce trovò la chiave d’ingresso al suo faticoso itinerario verso Dio.
Nel suo libro Attesa di Dio scrive: “Fin dall’adolescenza ho pensato che il problema di Dio mancasse quaggiù di dati verificabili e perciò non me lo ponevo, ecco tutto”. Poi il contatto diretto con la miseria degli ultimi, l’attrazione per san Francesco, l’esperienza di Assisi dove “nella piccola cappella di Santa Maria degli Angeli, qualcosa di più forte di me mi ha obbligata, per la prima volta nella mia vita, a mettermi in ginocchio…”. Raggiunta dal dono della fede, dirà:
“I beni più preziosi non devono essere cercati, ma “attesi”… noi non possiamo fare nemmeno un passo verso il cielo ma se lo guardiamo a lungo il cielo…” (cfr.AA.VV., Simon Weil,Effatà).
Nell’intimo della coscienza che cerca la verità e opera per essa avverrà un giorno l’incontro bramato tra la nostra esistenza provata e il Dio “vicino assente lontano” (Turoldo). Non stanchiamoci di guardare il Cielo.

Tu che leggi hai certamente una tua esperienza in merito, vuoi condividerla?